Privilegiata

Il primo spartiacque della mia vita, quello che la dividerà in un “prima” e un “dopo” coincide con una data famosa mondialmente: l’undici settembre.

Il mio è quello del 1973, colpo di stato in Cile, il mio paese di origine. Avevo 4 anni. 

Provengo da una famiglia di tradizione militare: il mio nonno adorato, mia madre, gli amici di famiglia, la zona in cui dovevamo risiedere, il mio asilo, tutto militare.

Unica incongruenza, mio padre: socialista, dalla parte del Presidente democraticamente eletto, Salvador Allende.

Nella nostra area residenziale, la norma era: capofamiglia che lavora, madre casalinga, 4 figli del matrimonio e magari un paio illegittimi. Noi eravamo un’eccezione: io figlia unica con entrambi i genitori che lavoravano. Una differenza abissale che generò invidia e portò, dopo la bombola del gas rubata, i vetri delle finestre presi a sassate, alla denuncia anonima. 

È bastata quella per cambiarci la vita.

Un giorno suonano alla porta, mia madre apre e si ritrova un mitra puntato contro lo stomaco e i soldati che dicono: “Perquisizione!”

Tutti sapevano che, se dopo la perquisizione restavano le mura della casa in piedi, potevi ritenerti fortunato. Mia madre, si limitò freddamente a declinare le sue generalità e a dichiarare che il loro capo avrebbe dovuto rispondere di ogni danno al suo superiore gerarchico di cui declinò le generalità. I militari rimasero sconcertati e intimoriti dalla sua sicurezza e non osarono recare alcun danno ma comunque arrestarono e portarono via mio padre. Noi siamo stati privilegiati: se non fossimo stata una famiglia legata all’esercito, mio padre sarebbe stato uno dei tanti desaparecidos, le persone rapite, torturate, uccise e i cui corpi non sono più stati ritrovati.

Mia madre riuscì a farsi restituire il marito ma solo dopo aver firmato un documento che dichiarava che alla prossima denuncia anonima, i soldati avrebbero portato via entrambi.

A questo punto dovevamo scappare e grazie a Guido Rivoir, un pastore protestante che si batté per accogliere i rifugiati cileni, mio padre poté partire per la Svizzera.

Io e mia mamma restammo bloccate in Cile per molto tempo perché, essendo il paese in stato d’emergenza, lei in qualità di militare non poteva lasciare il paese. Grazie a un amico di un amico, tra una partita a golf e un Martini, questi fece firmare a un colonnello il suo permesso per vacanze.

All’aeroporto gli impiegati ci rubarono tutti i bagagli perché sapevano benissimo che chi lasciava il paese per “vacanze” in quel periodo, non sarebbe mai più tornato indietro.

Mia madre non è potuta tornare nemmeno per vedere un’ultima volta suo padre prima che morisse.

Nonostante tutto ciò, sono ben conscia che siamo stati incredibilmente fortunati e privilegiati rispetto ai profughi di oggi!

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